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Cos' il "bonelliano"
di Michele Medda


Newsgroups: it.arti.fumetti
Subject: Cos'è il "bonelliano"
From: Michele Medda
Date: 14 Aug 1999 14:34:48 +0200

Ogni promessa è debito.

MailMaster C. ha scritto:

vorrei sapere cosa si intende per i canoni bonelli con l'espressione "fumetto popolare".

Definire il "fumetto popolare secondo la Sergio Bonelli Editore" richiederebbe una conferenza ... anche perchè la "filosofia" bonelliana non è scolpita nel marmo come le tavole dei comandamenti. Se lo fosse, sai quante discussioni ci risparmieremmo, io e il Serra ...
Ma ho promesso di accettare la sfida. Quindi provo a definire il "popolare" bonelliano, conscio del fatto che nessuno si è mai preoccupato di farlo. La formula vincente di Bonelli è stata naturalmente oggetto di innumerevoli tentativi di imitazione. Nessuno dei quali, però, è mai riuscito, nemmeno lontanamente, a fare realmente concorrenza alla SBE. Insomma, questa alchimia bonelliana resta misteriosa, un po' come la formula della Coca Cola.

Personalmente, da anni mi chiedo perchè gli editori si ostinano a scimmiottare il formato bonelliano, senza chiedersi

  1. quale organizzazione comporti una programmazione editoriale simile, 94 pagine mensili (tradotto brutalmente: quale sforzo economico comporti produrre e soprattutto retribuire equamente 94 pagine mensili senza pubblicità) ...
  2. che cosa ci sia dentro quegli albi bonelliani da imitare. Cioè cosa ci sia di speciale, quale sia quel quid che li fa diventare realmente popolari ... e vendere decine, quando non centinaia, di migliaia di copie.

Il problema quindi non è il formato, e nemmeno il tipo di storie proposte, tutto sommato, ma il modo di proporle. Un certo stile.

Ripeto: definire questo stile è un'impresa ardua, perchè si parla spesso di "bonelliano", intendendo magari una "griglia" regolare nell'impaginazione, o un certo schema narrativo con l'eroe e la "spalla" comica ... ma questa è la superficie. Nella sostanza, di cosa stiamo parlando? Che cos'è il famoso "bonelliano"?

Bene, io identifico il "bonelliano" essenzialmente con quella che possiamo chiamare "immediatezza". Cioè con una "leggibilità " estrema degli albi, che col tempo è diventata uno stile: il modo "bonelliano", appunto, di fare i fumetti.

Mi piace pensare ai fumetti Bonelli come al rock'n'roll. Una combinazione elementare, basso + chitarra + batteria, estremamente semplice, ma anche molto duttile: in parole povere, una musica che chiunque può ascoltare, ma che non per questo è necessariamente "banale". Un sound semplice ma che può dire cose molto complesse, far vibrare corde molto profonde.
Questo tipo di "semplicità" di scrittura, naturalmente, è tutt'altro che facile da ottenere. Per restare in ambito musicale, "Knocking On Heaven's Door" è fatta di quattro accordi. Qualunque imbecille -me compreso- può suonarla. Però scriverla è un altro paio di maniche.

Ma torniamo al fumetto e prendiamo Nick Raider, che è un albo notoriamente poco considerato dalla critica. Non se ne parla tanto, perchè magari sulle fanzines si preferisce disquisire sulla visione del mondo sclaviana, o piangere su come era bello Ken Parker, o parlare male di Nathan Never :-) ...
Ora, Nick Raider è "bonelliano" quanto Dylan Dog, anche se non gli viene riconosciuto lo status di "arte". E' quel tipo di "prodotto medio", con storie strutturalmente solide, con protagonisti ben caratterizzati anche se dentro i confini dello stereotipo, e con la giusta miscela di dialogo e azione. Insomma, ha tutte le caratteristiche della lettura "popolare": facile, gradevole, ma non per questo sciatta nè offensiva per l'intelligenza del lettore.
Ma attenzione: le stesse cose possono essere dette di Dylan Dog, che è considerato generalmente il prodotto "artistico" della Sergio Bonelli Editore. Nel senso che, lasciando da parte ogni discorso sui contenuti, Dylan Dog si presenta al primo impatto come una lettura "facile", scorrevole, gradevole. Si converrà che non presenta particolari difficoltà di lettura, nè una struttura narrativa particolarmente ostica. E' un fumetto d'avventura con i suoi colpi di scena, con scene horror, umorismo, malinconiche storie d'amore. E' una "musica semplice" di cui il rocker Tiziano si serve per dire cose molto profonde, per trasmettere una sua personale visione del mondo, per dire delle cose sulla società e sulla natura umana in generale.
Il fumetto come il rock'n'roll, appunto. Musica popolare. Che resta tale, anche quando decidi se ci vuoi ballare (e allora ascolti, che so, "Let's Twist Again" di Chubby Checker) o sei in cerca di sensazioni più profonde (e allora ascolti "Just Like a Woman" di Bob Dylan, o quello che volete voi). Infatti Allen Ginsberg disse di Bob Dylan che Dylan era "il primo poeta dei juke-box", e la definizione mi sembra davvero eccellente. Dylan portò significato, spessore e profondità alla canzone usando la forma musicale "popolare" per eccellenza, il rock (anzi, il folk-rock, per essere precisi).
Fatte le dovute proporzioni, è un po' quello che si dice di Tiziano, no? Non si dice -usando una terminologia un po' stantia- che Sclavi ha creato il "popolare d'autore"?
Okay, forse ho un po' divagato da Dylan Dog a Dylan Bob. Ma era per ribadire il concetto: una forma semplice può essere usata per molte cose, e non necessariamente semplici.
(Ma quand'anche dicesse cose semplici, che ci sarebbe di male? Perchè parlare male dei Beach Boys e di Legs Weaver? : -))))

Semplicità, quindi, è la parola chiave.
La "semplicità" bonelliana, però, è frutto di un lavoro che semplice non è. Anzi, è molto complicato. Richiede una conoscenza molto approfondita dei "ferri del mestiere" dello scrittore. Non basta dire: "Okay, ora scrivo una cosa semplice e propongo una serie a Bonelli, che ci vuole?"
Chiedete a Renato Queirolo quanti scrittori professionisti sono caduti sul campo proponendosi per Nick Raider. (Una serie considerata appunto "facile").
Alla base, questa "conoscenza approfondita" richiesta agli autori è innanzitutto un'adesione -in primis ideologica- a un certo modo "classico" di fare fumetto d'avventura: una disposizione a giocare dentro i confini del "genere" del racconto, a cercare un terreno comune fra autore e lettore senza partire per la tangente della sperimentazione fine a se stessa o voler "epater le bourgeois" a tutti i costi.

Ancora, è tipica -direi quasi essenziale- per il fumetto bonelliano la rivisitazione dei "generi attraverso il genere", a cominciare dal capostipite Tex Willer, che certo non è solo un western (pensate semplicemente alle storie con Mefisto). E Zagor? Che dire di un fumetto che ha veramente frequentato tutti i generi d'avventura? Provate a pensare a tutti gli eroi bonelliani, da Tex a Legs, e vedrete che ognuno di loro ha avuto la sua avventura "gialla", il suo incontro con un vampiro, con un extraterrestre, etc. ...
Scrivere Bonelli, quindi, non significa scrivere UN "genere", ma I "generi". Oppure, affrontando il genere nei suoi stereotipi più triti, significa trovare un guizzo particolare, un'angolazione di lettura diversa, un "quid", insomma la variante che giustifichi l'uso reiterato delle costanti.

Poi, scendendo sul terreno pratico, scrivere una serie Bonelli significa anche strutturare una serie. Significa stendere una scaletta di programmazione che deve tenere conto delle esigenze di una ventina di persone tra sceneggiatori e disegnatori sparsi in tutta Italia, che si vedono raramente e comunicano per fax (e si pensi invece ad Hammer, nato tra i bresciani che lavoravano gomito a gomito ). Significa gestire contemporaneamente la lavorazione di almeno 15 storie. Significa alternare i disegnatori, ma anche alternare le storie, in modo che a una storia "di atmosfera" succeda una storia "d'azione", a un plot "col mostro" succeda un plot "poliziesco", a un disegnatore "grafico" si alterni il mese successivo un disegnatore "realistico", e così via. E' un lavoro dato per scontato, ma che scontato non è affatto.
Insomma, si richiede agli autori una serie di alchimie editoriali che al lettore possono sembrare insignificanti, ma che invece hanno un loro peso, configurano l'identità della serie, e in ultima analisi incidono nel rapporto con i lettori stessi.
Pensiamo, per esempio, all'iterazione ferrea di certe situazioni nei primi anni di Dylan Dog: succede qualcosa di sanguinoso tanti anni fa, passiamo al presente, arriva una ragazza a cercare Dylan, Groucho fa le battute, Dylan si innamora di lei, etc. ...
In Nathan Never, invece, i meccanismi di innesco dell'avventura non seguono mai lo stesso iter, la storia può iniziare "in medias res".

Dal punto di vista del lavoro quotidiano, scrivere per Bonelli significa anche conoscere una serie di regole empiriche: i personaggi devono chiamarsi subito per nome, i dialoghi non devono accavallarsi con le didascalie, l'impaginazione non deve essere caotica, gli stacchi di tempo devono essere a inizio pagina, la storia deve avere un giusto dosaggio di scene di dialogo e d'azione, ogni scena deve essere funzionale ai fini del plot, le vignette non possono essere sovraccariche di testo, i balloon non possono uscire dai margini della vignetta, etc. ...
In Bonelli, perfino le copertine sono realizzate in base a criteri precisi, e perfino le presentazioni del "prossimo numero" su ogni albo: le vignette di presentazione sono scelte in base a certi criteri, e idem dicasi per i titoli degli albi. Per fare un esempio banalissimo, un titolo come Miraggio Coraggio (un titolo di un albo di Hammer) non sarebbe mai passato su un albo Bonelli, perchè suona bizzarro e poco evocativo. Per dare il titolo a ogni albo Bonelli sono proposte ogni volta cinque possibilità, cinque titoli alternativi fra cui viene scelto il titolo definitivo (che non è quasi mai il titolo di lavorazione). Vi sembra uno scrupolo eccessivo? Forse lo è: ma anche questo è Bonelli.

La "bonellità" è conseguenza dell'applicazione di queste regole che, prese tutte insieme, costituiscono l'essenza degli albi Bonelli. Ne fanno dei prodotti "riconoscibili", danno loro una precisa identità. Nel bene e nel male, costituiscono un modello preciso a cui fare riferimento, e che vale per tutte le serie, da Tex a Jonathan Steele.
Un buon autore "bonelliano" deve tener conto di tutto questo. Sia che scriva, sia che disegni.

Paradossalmente, le "infrazioni" a queste regole, se ben dosate, contribuiscono non a indebolire, ma a rinforzare l'identità bonelliana. La storia del passato di Nathan Never viene percepita dai lettori come "momento forte" della saga proprio perchè Nathan rompe il tabù della fedeltà coniugale degli eroi bonelliani. Se i protagonisti degli albi Bonelli fossero stati simili a quelli della linea Vertigo della DC Comics, una storia del genere non avrebbe avuto molto senso, o comunque sarebbe stata solo una storia fra le tante.
Proprio il rapporto tra "infrazioni" e "regole" è il punto più delicato della struttura bonelliana. Se ci si allontana troppo dal modello i lettori protestano (potrei citare come esempio lo sfortunatissimo albo di Nathan Never "Cacciatori di virus", con la sua impaginazione insolita). Se ci si allontana troppo poco, i lettori protestano lo stesso, perchè "è sempre la solita minestra".
La "tenuta" di ogni serie bonelliana sul mercato si basa su questo gioco d'equilibrio tra iterazione e novità, tra schemi ferrei e scarti di percorso, tra somiglianze e differenze. E restare in equilibrio non è facile.

La conclusione di tutto questo discorso è che non ci si improvvisa autori "popolari", tantomeno popolari "bonelliani". E che il "facile da leggere" non vuol dire "facile da scrivere".
Perchè poi non va dimenticato che non stiamo applicando formule matematiche. Attenersi alle regole non significa automaticamente avere successo, nè garantire la qualità del risultato finale.
E non esiste una ricetta per il successo "popolare", come la diversa riuscita delle varie serie bonelliane sta a dimostrare.
Ma per ogni testata che resta in edicola significa che si è raggiunto un certo numero di lettori, almeno il numero sufficiente per tenere la serie in vita. E questo dimostra che il modello, alla fine, funziona. Ed è questo che conta.

Naturalmente, se è vero che non esiste una ricetta, qualche indicazione su cosa è la bonellità -quel quid che ti fa essere "popolare" e vendere di conseguenza- si potrebbe comunque trarre da una lettura attenta degli albi Bonelli. Una lettura che, evidentemente, nessun editore concorrente si è mai preso la briga di fare, e i risultati stanno lì a dimostrarlo: una pletora di serie bonelliane nel formato ma non nella sostanza ... e fallimentari.
Non mi sembra casuale che l'unica testata "pseudobonelliana" ancora in vita sia Lazarus Ledd, creata da un autore che si è formato all'interno della Bonelli, e che evidentemente ha saputo trarre frutto dalla sua esperienza.

Altre considerazioni, poi, si potrebbero fare sul perchè gli editori tentino di scimmiottare Bonelli e non di proporre un'alternativa a Bonelli, coprendo spazi che il nostro grande capo non può o non intende coprire. Ma questo ci porterebbe troppo lontano, e penso di essermi già "allungato" molto.
Spero di avere suggerito due o tre cose da discutere tra un gelato e una coca ghiacciata ...

Buon ferragosto a tutti.

Michele Medda



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