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Tutto Trillo: Alvar Mayor e Robin delle stelle
di Marco P.


From: Marco P.
Date: 15 Jun 1998 00:00:00 GMT
Subject: [*Luuuuuuuuungo* 1] Alvar Mayor e Robin delle stelle
Newsgroups: it.arti.fumetti

Rieccomi, back in action, back in black, back to Bach %-)

In origine avrei voluto postare un messaggio unico titolato tipo "Carlos Trillo SPAKKA, il ritorno!!!" ma vistane la delirante lunghezza ho preferito alla fine suddividerlo in 3 parti con i titoli delle relative opere (fortunelli :))

Ordunque, perchè parlare di fumetti assai difficilmente reperibili da parte di normali esseri umani?
Mah, un po' perchè qualcuno [:-)] mi ci ha tirato per i capelli, un po' per incuriosire chi non li conosce, e poi soprattutto perchè esistono, e pure da molti anni, e a parere dello scrivente meriterebbero un grande interesse da parte di vaste platee.
Perchè, ebbene sì, si tratta di capolavori. Opere sublimi che nulla hanno da invidiare a qualunque fumetto comunemente associato con tale impegnativo termine. Capolavori. Garantisce MCP 0:-)

Le date tra parentesi indicano il periodo di prima pubblicazione in Italia, che in genere coincide con la pubblicazione argentina o è di poco successivo (tranne nel caso di Loco Chavez, visto in Italia molti anni dopo il suo effettivo inizio)

Reperibilità: indica edizioni italiane in volume o su riviste mensili (escludo quindi i settimanali Eura perchè recuperarne parecchi numeri e per di più a distanza di molti anni è impresa assolutamente improba, ma volendo posso postare i numeri esatti)
Non aspettatevi in ogni caso granchè, da questa voce :(

Attenzione: ci saranno vari spoiler in ordine sparso, credospero la cosa non dia più di tanto fastidio, io in ogni caso vi ho messo in guardia

Attenzione bis: è (molto) probabile che mi lasci prendere la mano, chi si annoia facilmente è avvertito :-)



Alvar Mayor
disegni di Enrique Breccia
57 episodi (1977 - 1983)

Difficile davvero, per me, parlare serenamente di questo fumetto, senza essere retorico e senza farmi vincere dall'ammirazione. Forse esagero nel definirlo monumentale, ma solo un pochino. E notate che più avanti riutilizzerò questo aggettivo per Loco Chavez, che lo merita se non altro soltanto per la mole che occupa ...
Ma no, forse monumentale non è il termine più adatto.
Emozionante? Affascinante? Intrigante?
Mitico.
Ecco la parola magica.
Alvar Mayor è fatto della stessa materia di cui son fatte le leggende. I poemi cavallereschi. I grandi romanzi moderni. Alvar Mayor è Omero, Dante, Ariosto, Rabelais, Cervantes, Shakespeare, Goethe, Melville, Hemingway e Borges messi insieme. Con molto, moltissimo Freud a fare da legante.
Letterario.
Seconda parola magica. Perchè Alvar è per l'appunto anche un grande omaggio alla storia della letteratura, a ciò che leggevano i nostri padri e i nostri nonni prima di noi, alle grandi Storie che costituiscono il fondamento della nostra cultura, o almeno della cultura occidentale.

E dopo un simile incipit potrei anche ritirarmi in bellezza ^__^;
"Costui è pazzo" penseranno a questo punto i più indulgenti tra voi... vi avevo pur avvisati che vi stavo traendo a dannazione ];-)

"E' mai possibile che un semplice fumetto suddiviso in banali episodi di dodici tavole riesca a catturare la proteica, impalpabile essenza del mito e a restituirla nella sua forma più pura e concentrata all'ignaro lettore?" si chiederanno, già mi immagino, i più scettici. è possibilissimo, rispondo io, quando a realizzare siffatta opera si cimentano due Autori sopraffini come Trillo e Breccia.

Il fatto è che il fumetto Alvar Mayor si ciba letteralmente di Grande Letteratura. La condisce con favole e leggende provenienti da tutto il mondo, in particolare dalle popolazioni andine. Poi ingoia ed assimila il tutto. E così nutrito cresce lentamente, si sviluppa, somma pagina a pagina, ogni tavola respirando mito vero e mito letterario, e la sintesi è proprio lì, sotto gli occhi di tutti, nei disegni di Breccia e nelle parole di Trillo. Ma così naturale, così fisiologica mi vien da dire che la lettura scorre via quasi senza sforzo, da chiunque fruibile come giustamente dev'essere, solo che si sia fatto l'occhio al particolarissimo stile di Breccia.
Soltanto dopo, fermandosi a riflettere, si scoprirà che la nuda semplicità avventurosa di certi episodi, o l'atmosfera surreale e onirica di certi altri, nascondono l'ambizione di (ri)narrare storie eterne, sic et simpliciter.
Pura avventura, allegoria, indagine sulle inquietudini e sul significato dell'esistenza, esplorazione dei confini metafisici dell'animo umano ... le leggende, in fondo, sono questo e altro.

Ma con tutta 'sta magniloquenza gratuita (perdonate, perdonate ^__^') mi accorgo di aver parlato pochissimo del fatto fumettistico in sè, per cui, se qualcuno ancora stesse leggendo, vado subito a rimediare.

Orbene, Alvar Mayor è una serie ambientata in Perù nella seconda metà del XVI secolo, ai tempi dei conquistadores spagnoli. Alvar è il figlio di uno degli uomini di Francisco Pizarro e all'inizio della storia vive a Lima facendo la guida assieme all'amico Tihuo, membro di una tribù di indios.
La narrazione è suddivisa in episodi autoconclusivi che si possono raggruppare in veri e propri cicli, a ognuno dei quali corrisponde una diversa fase della vita del protagonista: i legami tra gli episodi sono a volte molto stretti, a volte quasi nulli, ma l'andamento di fondo è quello di una serie dotata di continuity, con un inizio, una fine e varie tappe intermedie.

Il ciclo introduttivo è costituito dai primi otto [nove] episodi, abbastanza slegati fra loro. Alvar agisce per proprio tornaconto, sfruttando l'avidità e la stupidità dei committenti spagnoli che lo assoldano per le loro spedizioni alla ricerca di El Dorado e delle altre favolose città d'oro, ma odia decisamente i soprusi e le violenze che costoro commettono: già nel primo episodio vendica l'uccisione di un amico e nel secondo aiuta Tihuo a debellare un gruppo di soldati disertori che distrugge villaggi indios.

Pur non mancando quindi di spunti innovativi, a cominciare dagli stessi disegni di Breccia, sembrerebbe trattarsi tutto sommato di un fumetto avventuroso nel senso più classico del termine, 'cappa e spada' per intenderci se fosse un film, con Alvar e Tihuo che scambiano di tanto in tanto battute e ammiccamenti degni della coppia Willer & Carson (non che sia un male, eh, non fraintendetemi).

Sembrerebbe, dicevo, se già con il quinto e sesto episodio Trillo non facesse capire di avere in mente molto altro, immergendo Alvar in quelle atmosfere tra il magico, l'onirico e il metafisico che andranno proprio a costituire una delle peculiarità di questa serie.

Nell'episodio cinque, l'aguardiente (in realtà "acqua dei sogni") offertogli da un misterioso mendicante schiude ad Alvar uno scontro mortale con il dio-leopardo Chauhar.

L'episodio sei, assolutamente anomalo, comincia invece in medias res, con Alvar ferito in un agguato e costretto a separarsi da Tihuo per poi vagare nella foresta in preda ad allucinazioni (se stesso da vecchio che gli/si predice un imminente fatto di sangue di cui sarà involontario protagonista), e addirittura non si conclude, nel senso che alla fine si vede Alvar che continua ad aggirarsi nella vegetazione, inseguendo una farfalla bianca che è il motivo ricorrente dell'episodio, e l'ultima vignetta presenta un'inquietante panoramica sulla foresta con un laconico ma fondamentale commento in didascalia, che val la pena riportare:
"E' scesa la notte, la foresta assume forme spettrali. Alvar Mayor ha la certezza che passato e futuro non esistono. Esiste solo un'assurda, immota eternità. E tutto il resto nasce e muore nella mente degli uomini ..." quasi una dichiarazione d'intenti per alcuni dei migliori episodi che verranno in seguito, nonchè una delle linee guida dell'intera serie.

Con un finale del genere, viene da chiedersi se Trillo non avesse pensato di chiuderla lì ... ma Alvar evidentemente riesce a cavarsela dato che ricompare in perfetta forma nei due capitoli successivi, decisamente più realistici, dove si trova coinvolto in due episodi bellici minori nella storia del Nuovo Mondo; finali amari, più drammatico il primo, più sarcastico il secondo.

Escludendo il decimo, che è uno dei più belli e poetici ma come impostazione appartiene ancora al primo ciclo (e infatti, curiosamente, nella mia versione viene inserito subito dopo l'ottavo, non so se per un ripensamento di Trillo o per altri motivi; se non si è al corrente della cosa si notano non poche incongruenze) con il nono episodio si ha la prima, grande svolta nella vita di Alvar, e di fatto inizia il secondo ciclo che si protrarrà fino al capitolo venticinque.
Si tratta senza dubbio, nel suo complesso, del periodo più bello e più importante della serie, anche se pure in seguito non mancheranno picchi creativi e qualitativi: ma qui abbiamo un corpus narrativo decisamente riuscito e consistente, con episodi tutti in stretta sequenza e in costante crescendo grazie anche al fondamentale apporto di Enrique Breccia.

Nel nono episodio, dunque, Alvar si separa da Tihuo (ricomparirà, ma molto più avanti) e seguendo un impulso si reca ad Anunciacion dove trova Lucia di Lerma, una ragazza accusata ingiustamente di stregoneria e da lui vista in sogno la notte prima. Riesce a sottrarla al boia, ma entrambi vengono catturati e poi salvati dal provvidenziale intervento di un frate.
Anche Lucia aveva sognato Alvar e la loro sembra una coppia decisamente voluta dal destino, cosicchè l'idillio è inevitabile.

Ma se Lucia ama Alvar, ancor di più ama l'oro, e questa febbre la renderà con il passare del tempo sempre più simile agli avidi personaggi che costellano un po' tutta la saga. Fin da subito, infatti, convince l'innamorato a partire per il sud alla ricerca della città d'oro di Trapalanda, e durante il viaggio i due vivranno insieme una serie di mirabolanti avventure... comoda espressione che mi consente di non scendere troppo nei particolari, citando soltanto lo scontro con due divinità, una malvagia che vive in un vulcano e una mostruosa ma nobilissima (con un toccante omaggio a una famosa sequenza dell'Eternauta), e poi quello con un vecchio soldato reso pazzo dal miraggio di un tesoro nascosto. Da notare anche i molti riferimenti alle pratiche magiche in uso nelle civiltà precolombiane.

A partire dal capitolo 14, alla coppia si aggiunge il vecchio sindaco e giudice della città portuale di Villacava, detto il Corvo: un uomo stanco della corruzione che, dopo aver condannato a morte Alvar (vittima di una macchinazione del governatore) in un memorabile processo-farsa ove si sprecano le false testimonianze, lo libera di nascosto e fugge con lui e Lucia sulla propria nave, la Dulcinea. Lo strano terzetto riparte alla volta della città d'oro e durante il viaggio prende a bordo una strampalata compagnia di attori girovaghi, perseguitati per il fatto che tutto ciò che rappresentano si avvera dopo poco tempo: questo naturalmente fornisce lo spunto per una nuova avventura, e altre ne verranno legate ad alcuni dei membri della compagnia (il nano diventerà re di un popolo della foresta in una storia assolutamente comica e donchisciottesca, il ciccione verrà aiutato a compiere una vendetta).

In mezzo, capitoli 16 e 17, un doppio episodio straordinario, ambientato in Patagonia: prima l'incontro con Omero (chi ha detto che non è mai esistito? ^_^) e con i suoi 'occhi', ovvero una misteriosa ragazza di nome Dauna che Alvar libera dalle grinfie di un maialesco persecutore, e poi il ritrovamento della tanto sospirata città d'oro. Prima di arrivarci il gruppo si accampa per la notte, Alvar sogna (?) di amoreggiare con Dauna e questo è forse il primo sintomo della ventura crisi con Lucia. Al risveglio li attende un ciclope posto di guardia alla città, ma Alvar lo sconfigge grazie al potere demiurgico della poesia omerica, e il gruppo è libero di passare. Dopo più di 2000 anni si compie finalmente il fato del poeta cieco, punito con la vita eterna per aver cantato la storia di un uomo che sconfisse gli dei. La città crolla, l'oro è perduto per sempre. Terminato il suo compito, Dauna (musa? dea?) scompare alla vista del gruppo. L'ultima tavola è stupenda, con Alvar, Lucia e il Corvo che, diversi gli stati d'animo, rimangono a scrutare l'orizzonte montuoso sotto una fitta nevicata. Chiude un verso dello stesso Omero: "L'amore fra un uomo e una dea è impossibile".
Tutto questo, ci tengo a sottolineare, almeno un paio di lustri prima che un certo Gaiman decidesse di mettersi a parlare di poesia e mitologia e altre cosette affini <grin> :->>> (ovviamente l'approccio è del tutto diverso)

Ma i fuochi d'artificio non sono certo finiti qui, anzi: i capitoli 22, 23, 24 e 25 formano infatti un formidabile poker, e contengono momenti che per questo umile scrivano figurano di diritto tra i più alti mai raggiunti dall'arte sequenziale, non foss'altro per l'intensità emozionale sprigionata dalla tavole di Breccia che, nel farsi perfetto interprete dei testi di Trillo e della sua voglia di mito, tocca qui uno dei momenti più alti della propria carriera.

Già, Enrique Breccia: impressionante la sua evoluzione dai primi episodi del '77, con un tratto di china decisamente più largo, a questi che sono del '78 e che si possono tranquillamente definire maniacali per le linee sopraffine, la ricerca del particolare infinitesimo, il tratteggio fittissimo degno in tutto del Magnus texiano... attenzione, tutto ciò non è sterile esibizione, ma genera tavole possenti che percuotono il cuore e l'intelletto del lettore con colpi di uguale intensità. Se il diavolo, inteso come Malvagità allo stato più puro, dovesse mai avere un volto, ebbene, sarebbe quello che Breccia tratteggia nel capitolo 22. Se il Dolore e la Disillusione fossero personaggi del Carnevale, indosserebbero le maschere tragiche di Alvar e del Corvo nel capitolo 23. Se l'impalpabile e il metafisico potessero essere resi graficamente, sarebbero i portali e le farfalle e le pareti bianche abbacinanti che l'artista pennella nel capitolo 21. Se l'Ossessione, la Disperazione e la Follia dovessero rimanere imprigionate in tavole a fumetti, niente sarebbe più adatto a rappresentarle dell'assurda danza di marionette che il figlio-di-cotanto-padre incide sul foglio nel capitolo 25.

OK, OK, pomposo mode OFF :-) Del resto su Breccia jr potrei andare avanti parecchio, evidenziandone la multiformità (oltre a questo suo stile ormai classico ne ha almeno un altro paio, chi ha letto lo straordinario Il Che e El buen Dios sa che cosa intendo) e il carattere estremamente innovativo del suo disegno. Tra le molte peculiarità, basti pensare a come sa rappresentare i duelli con la spada ... ad esempio, con una sola o poche vignette grandi, dove i duellanti vengono ritratti nei momenti chiave dell'azione, cui si giustappone una serie di vignette più piccole in rapida sequenza con primissimi piani delle due lame (a volte solo la punta o l'elsa) su fondo nero o bianco o alternati con effetto negativo, a sottolineare il ritmo dei colpi di parata e risposta. IMO magistrale.
Che poi Bjr abbia con il tempo manierizzato eccessivamente il proprio stile, ripetendo troppe e troppe volte quelle soluzioni grafiche che lo hanno reso unico e riconoscibile, beh, questo è un altro discorso ... Fuori dei denti, la mia convinzione è che il Breccia degli ultimi anni si dedichi con vera passione solo ai fumetti colorati con tecnica pittorica. Chi ha avuto la fortuna di leggere Viracocha e Lope de Aguirre, entrambi dei primi anni '90, non potrà che darmi ragione. As usual ;-))

Ordunque, finita con un nulla di fatto la corsa all'oro degli Incas, il gruppo non ha più una vera meta e tocca vari punti della costa. Nel ventesimo episodio, che imposta il canovaccio per i due seguenti, Alvar si allontana alla ricerca di cibo e affronta da solo un'avventura basata ancora una volta su una leggenda precolombiana. Nel ventunesimo, ottimo prologo al 'poker d'assi' di cui parlavo prima, è invece la ricerca di un tesoro conservato in un tempio nel cuore della foresta (tesoro che si rivelerà molto, molto metaforico) a costringere Alvar, sempre da solo, a confrontarsi su un piano decisamente fisico con il proprio passato, presente e futuro.

Lo stesso confronto, su basi diverse, avviene nel capitolo 22: appena dopo essere scampato alle insidie del tempio, Alvar trova in mezzo alla foresta il tendone della Fiera delle Meraviglie e vi entra su invito di un sinistro imbonitore. Quello che segue si rivelerà uno scontro con il diavolo in persona e rappresenta il vertice assoluto della produzione in bianco e nero di Enrique Breccia: soltanto le tavole dalla 8 alla 11 meriterebbero un'analisi dettagliata vignetta per vignetta, tali e tanti sono gli spunti, le tecniche e i trucchi impiegati dal dinamico duo T&B per rendere memorabile la sfida intellettuale e spirituale tra i due antagonisti. Breccia in particolare costruisce tutto quanto con un chiaroscuro assolutamente "da paura", in un'alternanza di masse illuminate e zone nere che anticipa di soli 13 anni quanto fatto da Miller in Sin City [<ri-grin> ^__^].
E poi un gioco di inquadrature incredibile, in cui il demonio sembra davvero padrone della scena e Alvar si limita a fare da contrappunto, in riquadri più piccoli, al monologo sempre più serrato e seducente dell'avversario, sottolineato da tre immensi primi piani su occhi, lingua+unghia e unghie+occhio che sovrastano la vignettina-ina da dove il nostro eroe spara la risposta decisiva.
E come si può rispondere, di fronte all'offerta del più classico patto faustiano, di fronte alla possibilità di cancellare l'avverso destino appena predetto (il tradimento di Lucia, la morte per mano dell'amante di lei), se non con l'ironia?
Ma davvero rischierei di dilungarmi troppo, su questo ventiduesimo episodio come sui successivi: mi auguro solo che vengano prima o poi riproposti in versione adeguata.

Nel capitolo 23, nella città di Santa Elisa, la situazione comincia a precipitare, complice un "vento di disgrazia" di cui si fa interprete e aruspice un Corvo più disincantato e uccellaccio (del malaugurio) che mai.
Dopo i molti indizi disseminati in precedenza, si consuma infine il distacco da Lucia. Ma non in modo drammatico, come predetto dal diavolo: semplicemente Lucia cede alle lusinghe di un ricco duca e accetta di sposarlo. L'addio è di quelli struggenti (davvero), con tanto di lampioni che tagliano a fette il buio della notte, e il ricordo di lei tornerà a perseguitare Alvar in molti episodi.

Nel capitolo 24 muore proprio il Corvo, vittima di una vecchia e beffarda profezia o forse della sua stessa superstizione, e l'episodio, così come il precedente, è un'amara riflessione sull'ineluttabilità del destino e sul fatalismo.

Nel capitolo 25, lasciato dalla donna che amava, morto il vecchio amico, Alvar è ormai sprofondato nella più cupa disperazione. Ubriaco si avventura di notte nel bosco dei fantasmi (sempre la foresta come luogo deputato al fantastico) ed è preda di allucinazioni, prima uno strano personaggio che si offre di vendergli felicità, poi gli spettri di tutti i suoi morti: grandi marionette appese a fili che tentano, armate di coltello, di aggiungere il vivo alla propria folta e macabra schiera.
Alvar fugge, inciampa, cade e si imbatte in uno strano vecchio dotato di lecca-lecca e fascia in testa con su scritto Haddidas: questi lo invita ad una rappresentazione teatrale dove comparirà un solo attore, il sole che sorge. "Luce e calore hanno ucciso i fantasmi" e Alvar rigenerato può mettersi di nuovo in cammino, da solo.

Mi sono attardato sui primi due cicli perchè rappresentano a mio parere il meglio che questa serie ha saputo esprimere. Il terzo ciclo, che comincia con l'episodio 26 e dura fino alla fine, non raggiunge nel complesso la stessa grandezza e si può considerare più che altro un raggruppamento di comodo: un po' perchè manca di unità, vivendo di moltissime avventure singole slegate fra loro, interrotte da sporadiche sequenze di episodi definibili come minicicli ; un po' perchè comincia nel 1979, e il Breccia del '79 non è più quello del '78...

Pur rimanendo un grandissimo, e ci mancherebbe, di fatto dal capitolo 26 (ma la cosa si comincia a notare dal 23 in poi) Breccia jr abbandona i pennelli ultrafini a vantaggio di un tratto leggermente più largo e più sporco, forse più veloce, in pratica quello che utilizza ancora adesso: un cambiamento, diciamolo pure, percettibile soprattutto all'occhio allenato del fan (ehm ehm ^__^) ma che nondimeno esiste e rappresenta per me un leggerissimo calo rispetto ai capolavori sfornati l'anno prima. Ma forse a quei livelli di maniacalità avrebbe resistito a lungo soltanto il Magnus...

Come dicevo, reso ormai definitivamente "adulto" il personaggio, Trillo accentua moltissimo il carattere picaresco della narrazione a favore di episodi singoli e completamente slegati fra loro, con Alvar che vaga solitario da un luogo all'altro del Nuovo Mondo e vive, direttamente o da semplice spettatore, avventure di volta in volta più realistiche o più fantastiche, anche se nessuno dei due elementi prevale mai completamente sull'altro.

Nell'episodio 28 Alvar reincontra Tihuo, ma non si vedrà più il lavoro di squadra dei vecchi tempi: il primo episodio di questo miniciclo ha infatti per protagonista il solo indio, in un lungo flashback attorno al fuoco; anch'egli nel complesso è cambiato, più maturo ma anche più ombroso rispetto a prima. Il secondo episodio si apre con uno splendido e disincantato monologo di Alvar, che filosofeggia ad alta voce mentre l'amico si addormenta, e in seguito sarà il solo Alvar ad agire (ma il vero protagonista è un valoroso nano). Nel terzo, Tihuo si limita a fare da spalla comparendo in poche vignette, e di nuovo il protagonista non è Alvar ma un suo vecchio amico che vuol diventare un eroe ed è vittima di un ironico destino.
All'inizio del quarto (31) il duo si separa nuovamente: Tihuo tornerà più avanti in un altro paio di episodi, limitandosi ancora al ruolo di semplice comparsa.

Il capitolo 32, tra gli altri degni di nota, ha per coprotagonista Jorge Luis Borges (il secondo poeta cieco in questo fumetto) cui Alvar fa da guida verso i territori dell'immaginazione. Ma in effetti, pur non mancando quelli più fiacchi, molti singoli episodi sono davvero belli e meriterebbero più tempo per una più approfondita analisi (magari al prossimo post, eheheh ]:-))

Altro miniciclo quello formato dagli episodi 36, 37, 38, decisamente intensi e ottimamente realizzati, che riprendono e ampliano il tema del destino di Alvar: una vecchia bruja (strega) gli narra infatti tre dei suoi possibili futuri e tre delle sue possibili morti. Proprio l'ultima predizione (legata al ritrovamento di Lucia) sembra avviata a realizzarsi in pieno, ma ancora una volta non sarà così. Alvar si dimostra però assai poco turbato dalle parole della strega e dal parziale avverarsi delle profezia, e questo atteggiamento più vissuto e distaccato è una costante della terza parte.

Ancora, preceduti dallo splendido 45 (dove un rituale a base di fumo tolteco procura ad Alvar un bel po' di visioni), gli episodi dal 46 al 50 formano un nuovo miniciclo: ad Alvar si aggrega Aldana, una ragazza in cerca di avventure, poi un gruppo di pazzi e malati di mente abbandonati su un'isola, e infine un vecchio con una mappa. Inutile dire che in cerca del tesoro lo strampalato gruppo vivrà vicende ancor più strampalate, ma tutto sommato dimenticabili.

Gli ultimi episodi si fanno più deboli e ripetitivi, si sente che Trillo continua più per affetto verso il personaggio che per effettiva convinzione, ma prima di chiudere tira fuori ancora un paio di gemme.

Nei capitoli 56 e 57, infatti, Alvar si imbatte in un mendicante, soldato ai tempi di Pizarro, che dice di aver conosciuto suo padre e in cambio di vino prende a raccontargli la storia dello sbarco degli spagnoli in Perù: i lati tragicomici della conquista, la febbre dell'oro che tutti colpisce, i rapporti tra Pizarro e l'imperatore Atahuallpa, gli inganni, il sangue, l'impatto tra le due religioni, la fine di una civiltà... e poi le vicende personali non certo edificanti del padre di Alvar, la sua avidità, immensa quasi quanto la sua determinazione... tutto questo ritorna nelle parole del vecchio, con Trillo che riesce da par suo nell'impresa di rendere appieno e in poche tavole il gusto amaro, la grandezza e la miseria di un'epoca, quella dei conquistadores, davvero imbevuta di leggenda. Così, con questo simbolico ritorno alle radici della storia moderna del Sud America, si chiude la saga di Alvar Mayor.

Che cosa dicevo, a proposito del lasciarmi prendere la mano? ^___^;;

Reperibilità: ahimè, dolentissime note. Solo Euracomix 3, cartonato che contiene i primi 5 episodi e può dare appena un'idea di che cosa sia realmente Alvar. Comunque consigliatissimo. è colorato, ma nemmeno poi male.


Robin delle stelle
disegni di Enrique Breccia
11 episodi (1978)

Ancora il '78, ancora l'anno di grazia di Enrique Breccia. Potete dire quello che volete, ma resto della mia opinione: ci sono periodi magari anche ristretti in cui un artista emerge prepotentemente su tutti gli altri, e in quell'anno non ci sono Moebius o Druillet, Magnus o Pazienza o Breccia senior che tengano. Nel 1978 Breccia junior è il più grande disegnatore del mondo, e non ci piove :-)

Aggiungeteci un Trillo particolarmente ispirato e incline a raccontare fiabe, ed otterrete un capolavoro di Poesia a Fumetti. Lirico, pieno di senso del magico e del meraviglioso, ma anche feroce ed allegorico, come si addice alle favole più belle.

Immaginate una goletta inglese del '700 ferma in mezzo al mare per la bonaccia. Immaginate che si apra un enorme buco fra le onde.
Immaginate che l'equipaggio ammutinato fugga e che a bordo restino soltanto il capitano Robin Conrad, il mozzo òFlagherty e il vecchio Jonah. Immaginate che la nave precipiti nell'abisso e si ritrovi in un'altra dimensione (un altro spazio, un altro universo). Immaginate infine che uno strano essere che i tre salvano da morte certa doni loro un flauto magico, che permette di far volare la goletta tra stelle e pianeti suonando le giuste sequenze di note. Ecco pronto il canovaccio per le mirabolanti avventure del capitano e del suo equipaggio, che alla ricerca della cara vecchia Terra finiranno per spingersi là dove nessun uomo è mai giunto prima :-)

Ma non aspettatevi soltanto alieni: assieme a loro ci sono anche un bel po' di stereotipi della letteratura fantasy, tanto che se non temessi le ire dei puristi lo definirei proprio un fumetto fantasy. Fate, gnomi, giganti, mago Merlino, antiche razze perdute, regine crudeli, saggi eremiti, tesori ... ma non c'è bisogno di dire come ciascuno di questi topoi venga presentato in maniera ben poco convenzionale, così come anticonvenzionale è l'ironica morale ricavabile da alcuni episodi (sì, morale: in fondo si tratta di favole, no?)

L'andamento è ancora una volta picaresco, soprattutto nella prima parte: ciascuno degli episodi (autoconclusivi) fa abbastanza storia a sè, anche se dal settimo in poi all'equipaggio si aggiungono nuovi membri, e tra un incontro e l'altro si assiste a una certa evoluzione dei personaggi: il mozzo si innamora e diventa adulto, il capitano affronta i fantasmi del proprio passato e il vecchio Jonah mette letteralmente le ali. E si capisce anche che la quest, la ricerca non avrà mai fine: l'ultima avventura termina (lietamente) con i nostri che ancora scorrazzano allegri tra gli spazi siderali.

Ma quel che più conta, quasi più ancora che in Alvar, sono le atmosfere, il sense of wonder che trasuda letteralmente dalle splash page (due inglesismi di fila ^_^) e dalle sequenze magnificamente rese da voi-sapete-chi. Come già ebbi a dire una volta, perdetevi nell'infinito con i suoi velieri minuziosamente intagliati che si stagliano, maestosi oppure minuscoli, sul fondo nero del cosmo punteggiato di stelle; immergetevi nel suo gusto per il dettaglio e per le inquadrature inusitate; strabiliate di fronte ai paesaggi totalmente alieni partoriti dalla sua matita, e dopo un po' sarete proprio voi, lì sopra, a suonare quel flauto che permette alla nave di librarsi in volo.
[yes, I'm a fanatic :)))]

Reperibilità: Euracomix 8, cartonato, colore; FantacomiX-Day 4, brossurato, b/n, edizione consigliata (anche se condivide il volume con "La Città" di Barreiro/Gimenez -imperdibile- e "La Città 2" di Barreiro/Duran -censurabile-)

Marco P.


Segue: Loco Chavez e Uscita di sicurezza



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